INTERVISTA A CLAUDIO DAMIANI IN ANTEPRIMA PER IL PREMIO BAGHETTA

Vorrei cominciare chiedendoti proprio cosa pensi dei premi letterari

In Italia ci sono tantissimi premi e meno male perché è l’unica cosa che c’è sulla poesia. Per il resto l’editoria è molto carente, c’è poco spazio anche nei media. I premi sono delle occasioni per incontrarsi. Io a volte sono anche in giuria, ad esempio nel premio De Andrè, dove arrivano tantissimi testi, anche assurdi, ed è anche  un modo di vedere cosa succede in giro. Meno male che ci sono i premi. Anche se non sono tutti di livello e  ce ne sono anche di squallidi, molti altri sono vivaci.

E cosa hai pensato del Baghetta

L’ho trovato  originale, diverso, perché utilizza Internet, non punta sui ganci tradizionali dei premi, come un luogo, una città, un comune, un personaggio. E poi questa libertà nel cercare le cose belle. Spesso il difetto dei premi è quello di subire le ingerenze e le pressioni degli editori.  Il premio baghetta sembra ricercare un modo per rinnovare.

Parliamo invece ora più in generale della poesia contemporanea

La poesia contemporanea è un terreno complesso e poco conosciuto. Non ci sono più le riviste, le collane storiche che erano delle palestre. Ora c’è internet ma anche un grande caos dove è difficile trovare una direzione.  Ma ci sono dei bei segnali di cambiamento, questa  situazione confusa è però anche buona.  C’è in atto una reazione rispetto al buco nero in cui era precipitata la poesia italiana nel secondo novecento, in un periodo molto ideologico e extrapoetico diciamo in cui nella poesia c’erano delle questioni strumentali, come nel caso  della poesia avanguardistica.  Ora ci sono segnali di ripresa di una lingua densa significativa, di un lingua più ricca non solo di superfice ma di profondità.

Ci puoi fare degli esempi

Questo si vede in autori giovani e meno giovani. Il cambiamento comincia con autori che scrivono i primi libri negli anni Ottanta. Ci sono poeti come Beppe Salvia che in un certo senso escono dal Novecento, riprendendo la lingua antica non per fare manierismo o ironia ma per dire con maggiore forza certe cose. Nella sua lingua ci sono anche gli antichi, c’è anche Leopardi ma e’ anche una lingua moderna che ha parole non di uso comune.  Poi c’è Umberto Fiori, anche lui è un innovatore. La sua lingua è chiara con una semplicità filosofica e tutta etica e parla di un nuovo stare insieme basato sull’educazione. Lui ad esempio ha scritto un dialogo che ha chiamato ‘creanza’ intendendo un certo modo di convivere. Ha dovuto inventare questa nuova parola perché se tu vai ad approfondire una cosa inevitabilmente devi farlo anche con la lingua.  

Cosa succede a partire dagli anni Ottanta

Non sono tanto chiare queste cose perché non ci sono canoni, non ci sono antologie riconosciute, che fino agli anni settanta venivano fatte da esperti riconosciuti che tracciavano una linea. Ora la critica ha perso colpi e tutto il sistema mediatico le ha fatto molto male. Ora leggi la recensione ma non sai se stanno facendo pubblicità all’editore. Però chi vuole vedere dentro nella poesia ora può trovare cose molto belle e nuove, un ritorno alla lingua italiana non solo quella di oggi ma nei suoi secoli di storia che continuano a ispirarci.

Il sistema mediatico ha avuto un impatto sulla letteratura

 

Una cosa negativa del nostro tempo è che l’evoluzione dell’editoria e la mediazione mediatica hanno stravolto il mondo letterario e le sue dinamiche.  L’inseguimento della letteratura romanzesca ha allontanato gli scrittori in prosa dal contatto con quelli di poesia. Prima Montale e Landolfi erano fraterni nella loro vicinanza, oggi i narratori sono presi nel vortice del romanzo che deve andare in classifica, non sono tanto liberi. I poeti lo sono di più, nessuno gli farà mai editing. Se pensiamo a Fenoglio, Pasolini, non gli potevi certo fare l’editing. Pensa che Landolfi non permetteva a Bompiani neanche di mettere la bandella, adesso gli scrittori devo accettare perfino il copertinario.

Entrano in gioco le logiche della comunicazione intendi

La lingua della lettaratura può essere anche comunicativa ma può e deve essere anche altre cose, connotativa piena di simbolismi e ombre che la comunicazione cerca di evitare uniformandosi a standard per una semplificazione della realtà. La lingua della letteratura e della poesia in particolare non si esaurisce ed è una fonte di significati in cui c’è sempre qualcosa in più. E’ un entrare in comunione con qualcosa che ci riguarda molto da vicino e di cui sappiamo poco. Qualcosa che ci attira e per questo la faremo sempre . Chi dice che la letteratura è morta è gente che non ha niente da chiedere e niente da dire.  Sono problemi loro, sono morti loro i ‘sedicenti vivi’ che chiamava Montale.

 

Venendo a te e al tuo incontro personale con la poesia

Innanzi tutto  mi capitò di leggere  al liceo dei sonetti di Petrarca ed ebbi l’impressione che fossero più attuali dell’avanguardia, come Sanguineti.  Poesie che poteva leggere anche un bambino. Poi sono andato sui poeti latini, Orazio, gli elegiaci e sono stato colpito dalla loro vivacità e spontaneità.  Verso i 25 anni ho avuto un incontro molto forte con Pascoli, ho capito che lui aveva preso  da tutti a partire da Omero. Gli altri poeti riducevano tutto all’osso, Pascoli accoglieva  tutta la grande tradizione, tutta la natura, tutto.  A un certo poi ho scoperto i poeti cinesi e mi sono innamorato della poesia cinese antica. La cosa paradossale è che li sentivo vicinissimi.

Quando hai cominciato a scrivere

E’ sempre stato per me naturale scrivere quando leggevo. Dopo aver letto Petrarca ho cominciato a scrivere poesie in endecasillabi e le ho pubblicate su Nuovi Argomenti perché erano piaciute molto a Bertolucci. Ricordo che quando Fortini le lesse mi disse che l’endecasillobo non era più nell’orecchio del lettore. Gli risposi: ‘io sto leggendo Petrarca,  sono anche io un lettore e ho l’orecchio per l’endecasillabo’. Contestavo il fatto che ci fosse un ‘orecchio del lettore’, come se tutti fossimo uguali. A quell’epoca ho incontrato Beppe Salvia e c’è stato un grosso scambio tra noi.

Cosa è successo dopo

Vengono le  elegie,  sono raccontini in versi che si ispirano a Catullo, che hanno una vivacità che si accompagna a una significazione,  con il tempo sono andato alla ricerca di un verso più naturale. Il mio primo libro dell’87 si chiama Fraturno, un laghetto di cui mi ero innamorato. Avevo scritto anche delle Odi, in versi settenari che sembrano un po’ neoclassiche. Non è che mi interessava tanto il neoclassicismo ma mi interessava, per una lingua densa e ricca capace di contenere una musica cantata e l’emozione. La bellezza l’umiltà, la trasparenza e il farsi specchio degli altri e non solo di se stesso, l’occhio che guarda il cielo. Allora le tematiche che parlano di natura, come anche di amore, erano quasi tabu’. C’era la condanna idelogica della poesia borghese.  Mentre invece per me le cose più importanti sono l’amore e la natura.

Come si è sviluppato il tuo percorso poetico

Prima ero molto interessato a queste cose e rimpiangevo molto di non aver fatto il classico, anche se ero molto bravo in matematica. Ma mi è capitato di ritrovare il mio interesse per le scienze e questo mi ha spinto a guardare a quelli che sono i nostri destini.  Sono partito dalla natura, poi  ho scavato negli antenati arrivado ai figli (Eroi)  per finire a comprendere  che siamo tutti dei soldati che combattono sulla frontiera del giorno (Attorno al fuoco).  Mi ha ispirato una visione della  vita come una guerra continua. A partire da questa fase ho cominciato a pensare anche ai destini, all’intelligenza della natura che noi sviluppiamo .E’ la natura stessa che vuole arrivare a qualcosa e la scienza altro non è che il farsi cosciente della natura di certi suoi percorsi.

La scienza è un tema importante per te

Ho  la sensazione che oggi la scienza stia diventando un tutto unico, la fisica separata dalla biologia non ha proprio senso. Non solo la vita evolve, ma anche la natura. E’ tutto un’evoluzione di tutto. Questa unificazione è molto poetica e filosofica. Ci parla dei nostri destini come non aveva mai fatto. Uno spettacolo meraviglioso che mi piace vedere e mi viene istintivamente da pensarci per capire chi siamo e cosa ci aspetta. Il problema è sempre quello della mortalità, del tempo e dell’anima. Per questo Omero ci piace ancora tanto. Omero chiama gli uomini mortali.  E questo io non l’ho potuto leggere perché non ho studiato il greco. D’altra parte Keats che non aveva fatto il greco sognava il suo mare violaceo. A volte non sapere le cose serve.

Io  amo leggere e la scrittura è difficile sceverarla dalla scrittura, convivono. E penso alla valenza purificatrice e chiarificatrice della scrittura. Non sempre è alta ma ha la sua importanza.

 

E i tuoi linguaggi

Uso sempre una lingua comune e letteraria nella stesso tempo, che cerca di essere pulita. A partire da ‘Attorno al fuoco’ sono entrati degli elementi polemicii e anche qualche parolaccia. E’ qualcosa che sento come vivace, come per Catullo. Ma in generale non mi sembra di essere tanto cambiato, cerco una lingua misurata e elegante con qualche sfuriata ogni tanto. Ho scritto degli epigrammi che sto raccogliendo in un libro, usciranno anche mie aspetti marziali.

Che rapporto c’è per te tra arte e letteratura

Con la poesia ho un rapporto molto intimo perché non parto dalle poesie, dai miei monologhi interni. Anche se molte cose non sono proprio poetiche, sono riflessioni, pensieri, quando ci trovo qualcosa di poetico lo prendo. La scrittura quindi è tutt’uno con la mia vita. Anzi, ho cominciato a scrivere proprio in questo modo psicologico. Poi trovi la forma che va al di la della soggettività, in territori lontani e in luoghi che non ti aspetti. Questo mi piace e per questo se non scrivo per un po’ di tempo sto male.Mi sono sempre posto il problema formale scoprendo sempre che era qualcosa che non potevi decidire prima, programmare e controllare. Una cosa che viene non sai da dove ma c’è, parla e vuole che sia detta.

Come metti insieme l’introspezione con la ricerca formale

C’è che critica la scrittura per l’autocoscienza. Io trovo che sia una cosa bella se può aiutare a capire delle cose. Penso all’arte, come all’apparire nella forma di qualcosa che ha a che fare con te e allo stesso tempo non lo ha. Per questo è una forma conoscitiva, è un po’ maieutica, un pescare qualcosa che non sapevamo  e però c’era, c’è ci sarà sempre. Un po’ come la musica quando trovi una melodia. Quella melodia in qualche modo c’era già nell’universo, qualcuno l’aveva già trovata.

Quali sono i momenti in cui scrivi

Tendenzialmente scrivo sdraiato sul letto spesso in una fase di addormentamento. Tendo a una scrittura un po’ medianica. Quando scrivo non sono per niente controllato. Le poche volte che ho dovuto scrivere dei raccontini, in cui ti devi sedere, sentivo una fatica poco naturale. E infatti non ho mai scritto romanzi. Invece la poesia è fatta di piccoli momenti che dopo metti insieme. E’ fatta di un taccuino, bozzetti. Poi arriva il momento di creare il libro. C’è una composizione anche nella poesia lirica, e infatti alcuni critici di Petrarca dicono che il Canzoniere è un po’ come romanzo.

Stai scrivendo ben due libri in questo momento

Si, e l’ultima sezione di uno dei due  (Cieli celesti) si chiama ‘dove siete tutti’. Era un affermazione di Enrico Fermi che era arrivato alla conclusione che ci fossero infiniti mondi e si chiedeva perché non si facessero sentire. E’ un libro sui destini dell’umanità.

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